Bene Fitto, parliamo di cose concrete e dell’Italia che vogliamo. Questa è la ns ‘sfida lealista’

Nell’intervento di oggi su ‘Il Giornale’, Raffaele Fitto riconduce il dibattito politico, interno ed esterno al PdL, su quei binari di concretezza che Silvio Berlusconi ci ha insegnato a percorrere e che non dobbiamo mai perdere di vista. Ciò che i cittadini e gli elettori si aspettano da noi è, oggi più che mai, una chiara visione dell’Italia, senza la quale la capacità di azione e realizzazione degli obiettivi rischia di essere gravemente compromessa. Deborah Bergamini pdl

Nella nostra Italia la giustizia deve essere efficiente e non un ostacolo alla libertà e all’economia; la tassazione non è un cappio al collo per imprese e famiglie; lo Stato non invade il privato ma lo difende. La nostra Italia vuole essere competitiva nel mondo e protagonista in un’Europa migliore di quella che abbiamo oggi, dove dobbiamo rivendicare il ruolo e la centralità che ci spettano, facendo valere le nostre peculiarità. Questa è la strada tracciata dal presidente Berlusconi, ed è la strada su cui il nostro movimento deve costruire il suo rilancio e il suo dialogo con i cittadini italiani.”

Lo dichiara la deputata del PdL Deborah Bergamini a margine della riunione, a Bruxelles, del Network del Ppe dei parlamentari nazionali che si occupano di affari europei e dei membri del Parlamento europeo

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Di seguito la lettera di Raffaele Fitto:

Caro Direttore,

Le scrivo per raccogliere e rilanciare il senso dell’intervento di ieri di Giuliano Ferrara. Non c’è alcun dubbio, Ferrara ha ragione: guai se l’attuale confronto interno al Pdl assumesse i contorni di una disputa di palazzo tra nomenklature ambiziosette e litigiose, tra “ministeriali” e “scontenti”, senza ancoraggio a contenuti forti, a una visione di prospettiva e al rapporto con il Paese, e in particolare con quei segmenti sociali più dinamici che da sempre chiedono al Pdl di alzare la bandiera dell’innovazione, della riforma, del cambiamento.

Invece è proprio quest’ultimo l’obiettivo che ci siamo posti con gli amici “lealisti”. Lo dico con molta franchezza: gli aspetti interni e le questioni di organigramma, per noi, si risolvono in un minuto. Basta restituire la palla a chi è stato scelto da milioni di elettrici ed elettori italiani, cioè Silvio Berlusconi, evitando di collaborare, pur tra omaggi ipocriti e comunicati dolenti, al tentativo in corso di accompagnarlo fuori dalla scena istituzionale (e magari anche da quella politica tout-court). Detto e ribadito questo, inizia la sfida sul terreno indicato da Ferrara, che è quella che ci appassiona.

Primo. La battaglia per garantire piena agibilità’ politica a Berlusconi non è solo “per Berlusconi”, ma è una iniziativa assolutamente necessaria per evitare la sottomissione della politica democratica all’uso distorto della giustizia. Siamo dentro un nuovo ’92-’93 (in nuove forme, ma con lo stesso obiettivo di espellere dal campo l’avversario politico), ne abbiamo consapevolezza, e abbiamo il dovere di tentare una risposta più orgogliosa e combattiva di quella dei gruppi dirigenti che furono allora fucilati.

Secondo. A questa battaglia democratica si lega quella per la riforma della giustizia. Al di là di giustificazioni e sofismi vari, i fatti sono più forti delle parole: se accettiamo di espungere dal processo riformatore dei prossimi mesi il tema della giustizia, si tratta di una capitolazione culturale destinata a segnare i prossimi lustri. La sfida che si pone davanti a noi è dunque doppia: recuperare i temi della giustizia all’interno della riforma costituzionale; e difendere da subito il diritto dei cittadini a pronunciarsi la prossima primavera sui referendum che sono stati convocati, a partire da quelli sulla responsabilità civile dei magistrati e sulla separazione delle carriere. 

Terzo. Nessuno di noi vuole aprire una fase di guerriglia nei confronti del Governo, ma sull’economia occorre essere chiari e conseguenti. La legge di stabilità non può essere l’ennesima occasione per scelte rinunciatarie e minimaliste, in cui i “titoli” siano magari tutti giusti, ma lo “svolgimento” avvenga a dosi omeopatiche e all’insegna del piccolissimo cabotaggio. O c’è una svolta vera e consistente nella direzione del taglio della spesa pubblica e delle tasse, oppure ci condanniamo ad altri mesi di stagnazione.

Sta qui il cuore della rivoluzione liberale in nome della quale abbiamo chiesto e ottenuto il consenso, e che deve rimanere il nostro obiettivo. In questo, il berlusconismo esprime una grande discontinuità anche rispetto ai decenni precedenti, quando il consenso era spesso basato sulla dilatazione dello Stato e della spesa pubblica. Se cioè in altre fasi politiche la ricerca del consenso era basata sull’allargamento del “pubblico” (spesa pubblica, debito pubblico, ruolo dello Stato in economia), il berlusconismo si fonda invece sull’Italia che lavora e che produce, sull’alleggerimento del peso dello Stato su famiglie, lavoratori e imprese, e su una tavola di valori che deve avere al centro il merito.

Quarto. E’ bene che le nostre “sentinelle antitasse” non si assopiscano. La sorveglianza è faticosa, ma, tra una conferenza stampa e l’altra, è già passato l’aumento dell’Iva, e non si contano più i provvedimenti governativi in cui le accise vengono usate come un bancomat. Non è questo ciò per cui i cittadini hanno votato Silvio Berlusconi e tutti noi.

Quinto. L’Europa è stata, e per tanti versi è ancora, l’orizzonte delle speranze di tanti di noi, legati al lascito politico-culturale dei grandi padri De Gasperi-Schuman-Adenauer, o alla visione federalista europea di Altiero Spinelli. Ma, appunto per questo, anche in vista della prossima scadenza elettorale europea e del successivo semestre di presidenza italiana, non possiamo far finta che tutto vada bene in questa Europa. Meccanismi decisionali al di fuori della possibilità di intervento dei cittadini; vincoli economici che sono chiaramente causa, o almeno concausa, di tante situazioni recessive; l’esperimento per lo meno discutibile, nelle forme in cui ha preso corpo, di una moneta unica senza vera unità economica e politica; il ruolo della Banca centrale europea, ancora lontano dal positivo modello della Fed americana: noi rivendichiamo la necessità di una grande discussione pubblica su questi temi, senza tabù e senza complessi di inferiorità.

Sesto. Tornando all’Italia, inutile girarci intorno. Le scelte sull’assetto istituzionale sulla legge elettorale devono portarci all’approdo di un limpido bipolarismo. Noi siamo e restiamo a favore di una netta soluzione presidenzialista, di una democrazia della decisione e della chiara alternanza, di sistemi elettorali fatti per competere e non per “dosare”. Sta qui la differenza di orizzonte strategico tra chi continua a credere in un centrodestra liberale e popolare, radicalmente alternativo alla sinistra, e chi ha già “elaborato il lutto” e punta a operazioni neocentriste, di fatto necessariamente subalterne rispetto alla sinistra. Deve essere chiaro che noi non accetteremo mai il ruolo di “ospiti” né tantomeno la riscrittura della nostra storia politica e della nostra identità per mano di altri.

Sono questi alcuni dei binari su cui correrà la nostra sfida “lealista”, che prenderà forma attraverso un limpido e aperto dibattito di contenuti e di idee. Riteniamo che tutto questo si possa e si debba fare con Berlusconi al centro: solo a lui – è bene ricordarlo – è finora riuscito il miracolo laico di imporre la discussione pubblica su programmi fortemente riformatori, ottenendo insieme il consenso di significative maggioranze. Sta lì la chiave per un centrodestra rinnovato, vincente, in sintonia con l’Italia che non ama le tasse e le manette.

 

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