Il mio intervento in Aula su decreto missioni internazionali e di cooperazione allo sviluppo

Signor Presidente, giunge finalmente in sede di discussione sulle linee generali in Aula la conversione in legge del decreto-legge sulla proroga delle missioni internazionali, delle nostre missioni di pace. Io voglio iniziare questo mio intervento – che, premetto, sarà più breve di quello dei colleghi che mi hanno preceduto – innanzitutto con una annotazione – consentitemelo – storica, ma brevissima, ovvero con la voglia di ricordare che l’Italia ha partecipato negli ultimi 20 anni a oltre 130 missioni militari all’estero, sia in ambito NATO, che in ambito Unione europea, che in ambito ONU. Non lo ricordo a caso, lo ricordo perché nel corso degli anni l’attenzione dell’opinione pubblica su quello che riguarda la nostra strategia di peacekeeping internazionale ha avuto modulazioni diverse. Oggi, quando si parla di missioni di peacekeeping da parte del nostro Paese ci si concentra in particolare su due aspetti: da una parte – e lo abbiamo sentito in molti interventi che mi hanno preceduto – sulla necessità di una razionalizzazione di tutto quello che è lo strumento militare, e dall’altra sulla selvaggia necessità di procedere a un taglio di spesa. E spesso, quando noi parliamo di missioni militari del nostro Paese, immediatamente arriva il sillogismo della necessità di contenere e di tagliare le spese.

Questi due elementi sono stati due elementi cardine anche della discussione di questo provvedimento in sede di Commissione, una discussione che a mio parere è stata utilissima, proficua, illuminante sotto molti aspetti, anche credo per quello che riguarda i rappresentanti di Governo che vi hanno partecipato. Sono sicura che non mi smentiranno. Perché ? Perché molti sono stati gli aspetti dibattuti in grande profondità, che sono emersi: una richiesta assolutamente auspicabile di una maggiore trasparenza, di una maggiore rendicontazione di tutto quello che riguarda le nostre missioni di peacekeeping, un maggiore – ribadito più volte – coinvolgimento del Parlamento, una maggiore esigenza di un’informazione che sia più costante, programmatica, strategica, condivisa, trasparente essa stessa, una più generale approfondita analisi su quale sia lo stato della nostra azione di cooperazione allo sviluppo (da tempo sappiamo molto bene quale sia la necessità di rivedere tutto questo comparto).

Elementi importanti, utili per tutti i gruppi parlamentari che hanno preso parte al dibattito, ma debbo aggiungere – e lo voglio fare qui – che è ancora timido, invece, il dibattito su un altro elemento cardine, che è quello del senso che vogliamo dare al futuro delle nostre missioni di peacekeeping, del nostro impegno all’estero in questo senso, ovvero su quali siano gli interessi che vengono tutelati o promossi dalla partecipazione del nostro Paese alle missioni internazionali; interessi che possono essere elencati nelle tre grandi categorie e che adesso dirò, non per ordine di importanza, ci tengo a sottolinearlo.

Il primo è sicuramente il contrasto e/o la prevenzione di minacce alla sicurezza nazionale, minacce anche di natura non convenzionale o asimmetriche come il terrorismo o la pirateria internazionale.

Un secondo elemento è la stabilizzazione militare e politica di aree geograficamente o funzionalmente importanti per i nostri interessi, per gli interessi nazionali di sicurezza, per gli interessi nazionali di natura economica, energetica e di contrasto all’immigrazione clandestina.

Terzo, ma non ultimo per importanza, come dicevo, un contributo convinto agli sforzi internazionali verso l’assistenza umanitaria e la protezione dei diritti umani, strada la più auspicabile sicuramente per costruire una vera stabilità in aree di conflitto o in aree di crisi.

Nel valutare quanto la partecipazione italiana a una missione abbia tutelato un determinato interesse nazionale, basterebbe chiedersi, facendo un processo al contrario, e ogni tanto provando a chiedersi che cosa sarebbe accaduto verosimilmente se in tale o in talaltra situazione l’Italia avesse dato forfait, se avesse deciso di non partecipare.

Questo è un esercizio non puramente stilistico che non facciamo mai, che non fa parte del dibattito nazionale sul tema del peacekeeping e che invece è un elemento qualificativo. Domande come questa che pongo, appunto, trovano ben di rado ospitalità nel dibattito nazionale; si omette spesso di dare valutazioni di tipo strategico, di tipo complessivo, di tipo complesso perché complesse sono le questioni legate alla nostra attività di peacekeeping sulla presenza italiana in un determinato teatro operativo, teatro di conflitto, teatro di crisi. Allora che cosa succede ? Forse è una forma di pudore il non parlare di questo tema ? O una forma di ipocrisia ? O una forma di eccessiva semplificazione ? Una forma che in qualche caso potrebbe essere anche di superficialità ? Fatto sta che spesso per giustificare, per rispondere al perché noi partecipiamo a missioni di peacekeeping all’estero si usa un argomento alquanto banale, ovvero che ci viene chiesto di farlo da parte dei consessi internazionali – siano essi l’ONU, l’Unione europea o la Nato –, ci viene chiesto di farlo e noi eseguiamo, perché facendo parte di un consesso internazionale ci sono delle regole, ci sono degli impegni che noi prendiamo e che dobbiamo mantenere.

Dunque un vincolo. Ecco io credo che sarebbe un grave errore, non sarebbe giusto nei confronti del lavoro che ogni giorno viene svolto dai nostri uomini e dalle nostre donne impegnate nelle missioni di peacekeeping, limitarci a questa banale, strumentale a volte, lettura del perché il nostro Paese continua con convinzione a ritenere positivo il suo bilancio per quello che riguarda la sua esperienza di peacekeeping e perché ritiene che sia necessario continuare a partecipare a queste missioni.

Mi collego a quanto già detto in interventi precedenti, è vero che la predisposizione di una legge quadro che disciplini questo ambito di attività, importante, prioritaria e strategica del nostro Paese, è quanto mai necessaria anche per evitare quello che il collega Scotto richiamava prima, una sorta di «decreto minestrone» che contiene norme che non fanno parte della materia trattata e che tuttavia ci rientrano.

Questo credo che sarebbe un atto che riconoscerebbe l’importanza e il valore strategico proprio delle nostre missioni, della nostra partecipazione all’attività di peacekeeping.

Ho ricordato prima che i patti si mantengono, dunque la partecipazione e il nostro ruolo all’interno dei consessi internazionali. Questo non significa che l’Italia debba essere passivamente data per scontata nel suo ruolo, non significa che il nostro Paese debba automaticamente in ogni missione che viene decisa altrove essere presente e partecipare in forze. Ci guardiamo bene dal dare una valutazione di questo genere.

Riteniamo però che si possa e si debba valutare per ogni missione se, quanto e come contribuire in modo strategicamente collegato agli interessi nazionali, agli interessi del nostro Paese, agli interessi appunto nazionali in gioco e alle dinamiche europee e transatlantiche, tenendo presente, con grande chiarezza, che oggi gli scenari geopolitici mutano con una rapidità e una complessità che sarebbero state impensabili soltanto pochi anni fa e noi dobbiamo farci carico di questo cambiamento e di questa accelerazione. E lo facciamo anche attraverso l’impegno di informarci e di svolgere messe a punto periodiche reali, non di facciata, sullo stato delle nostre missioni di peacekeeping.

Infine, e ho terminato, si può e si deve far valere nelle organizzazioni multilaterali di nostro riferimento ciò che l’Italia ha fatto e fa nelle missioni internazionali, è un riconoscimento che ci viene dato a livello internazionale, per contribuire a promuovere o almeno a tutelare la posizione italiana nei vari dossier sui tavoli internazionali.

Come dicevo, questa è una posizione che noi ci siamo guadagnati, che ci viene riconosciuta, un riconoscimento che viene dato alla nostra capacità, alla nostra professionalità nello svolgere il ruolo di peacekeeping da parte dei nostri uomini e delle nostre donne.

Vent’anni di missioni italiane all’estero sono un patrimonio ampiamente riconosciuto, un bilancio positivo e costituiscono uno strumento importante non soltanto per la politica di difesa ma anche per l’attualizzazione di nuove strategie di politica estera: un’esperienza maturata che deve servirci, che deve esserci preziosa per orientare, in futuro,scelte che siano consapevoli, efficaci e condivise da questo Parlamento.

One Comment to “Il mio intervento in Aula su decreto missioni internazionali e di cooperazione allo sviluppo”

  1. basta con le missioni,mancano i soldi…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: