Banca di Sviluppo del Consiglio d’Europa, accolta la mia mozione

 

Questa mozione nasce ormai molti mesi fa quando, nella mia veste di membro della delegazione parlamentare italiana al Consiglio d’Europa ho notato come la Banca di Sviluppo del Consiglio d’Europa (CEB), di cui l’Italia è uno dei maggiori azionisti, non stesse più, di fatto, da alcuni anni, investendo nel nostro Paese.
Non mi ero sbagliata: i dati – negativi – ci sono stati confermati da uno dei Vice Governatori della Banca, il Professor Nunzio Guglielmino, che abbiamo audito, in delegazione CdE, lo scorso 3 dicembre.

A quel punto ho deciso di presentare un’interpellanza al Governo

per chiedere quali fossero le ragioni di questa mancanza di interventi sul nostro territorio e quali azioni l’esecutivo intendesse intraprendere per incentivare e accrescere l’utilizzo degli strumenti finanziari messi a disposizione dalla CEB e, in particolare, per rimuovere ogni possibile ostacolo amministrativo e burocratico che possa aggravare o ostacolare le procedure di intervento della Banca nel nostro Paese. Questo per risolvere il problema nel breve periodo.
Per agire sul medio e lungo periodo, però, chiedevo al governo quali iniziative intendesse adottare per promuovere presso la Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa un cambio di rotta nella strategia di azione incentivando, a partire dal 2014, programmi di intervento trasversali basati su specifiche aree tematiche e non su obiettivi territoriali nonché una modifica al modus operandi della CEB che le desse la possibilità di offrire finanziamenti diretti ad istituzioni ed enti pubblici, senza ricorrere all’intermediazione degli istituti bancari privati come è invece tenuta a fare oggi.

Credo, infatti, che questi due punti siano quelli sui quali è necessario focalizzare l’attenzione ed agire per adattare l’intervento della CEB alle nuove sfide e ai nuovi problemi che fronteggia il continente europeo soprattutto in seguito alla crisi finanziaria che lo ha colpito negli ultimi anni.
Tuttavia, l’allora Sottosegretario Legnini rispose che il governo condivideva la necessità di porre in essere iniziative volte ad incentivare e accrescere l’utilizzo degli strumenti finanziari messi a disposizione dalla Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa (CEB) in Italia e aggiunse inoltre che si erano tenute, nel 2013, numerose riunioni presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri con gli altri Ministeri, e anche con la presenza di rappresentanti della Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa (CEB), al fine di riavviare un’adeguata operatività degli interventi della stessa in Italia.
Ma non prese alcun impegno in merito agli altri due punti, ribadendo soltanto genericamente che le mie sollecitazioni e osservazioni erano “assolutamente condivise dal Governo italiano”.
A quel punto ho deciso di presentare una mozione che impegnasse l’esecutivo in modo più stringente e puntuale. Per questo oggi mi trovo qua, tra l’altro di fronte ad un nuovo governo che, spero, sarà più attento soprattutto dopo che praticamente tutti gli altri gruppi presenti in questa Aula hanno presentato mozioni con richieste analoghe alle mie.

La Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa è una banca multilaterale a vocazione esclusivamente sociale e una delle più antiche istituzioni finanziarie internazionali europee. Quando venne creata, sulla base di un accordo parziale tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa, il 14 aprile del 1956, lo scopo prioritario era quello di fornire aiuti finalizzati e risolvere i problemi dei rifugiati. Da allora il suo campo d’azione si è progressivamente esteso ed oggi contribuisce in modo significativo al rafforzamento della coesione sociale in Europa.
Essa opera aiutando gli Stati membri – attualmente quaranta – a perseguire una crescita sostenibile ed equa, finanziando progetti di investimento sociale suddivisi in tre ambiti, stabiliti nel 2006 dal consiglio d’amministrazione dell’istituzione: il rafforzamento dell’integrazione sociale, la gestione ambientale e il sostegno alle infrastrutture pubbliche a vocazione sociale.
In particolare, interviene in favore dei 21 Paesi d’Europa centrale, orientale e del sud-est, che costituiscono, conformemente agli orientamenti strategici del piano di sviluppo 2010-2014, un obiettivo «prioritario».

L’Italia, assieme a Francia e Germania, è il maggior azionista della Banca. Al 31 dicembre 2012 il nostro Paese deteneva il 16,77 per cento del capitale sottoscritto, in una quota superiore rispetto alla partecipazione ad altri organismi multilaterali di intervento finanziario. In quanto azionista della Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, l’Italia partecipa alle riunioni degli organi di governo della banca stessa, con rappresentanti dei Ministeri dell’economia e delle finanze e degli affari esteri.

L’ultimo progetto di sviluppo della Banca in Italia risale al biennio 2007-2009;
nel 2011, su 2,11 miliardi di euro di progetti approvati, nessuno coinvolgeva l’Italia e, su 1,85 miliardi di euro di prestiti approvati, 16 milioni di euro (0,9 per cento) riguardavano il nostro Paese. Analogamente, dei 28 progetti approvati nel 2012 dal consiglio di amministrazione della Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, per un totale di 1.798 milioni di euro, nessuno riguardava l’Italia.
Tra il 2011 e il 2013 sono stati approvati 11 progetti (per 515 milioni di euro) a favore di altrettante sussidiarie banche italiane (Intesa Sanpaolo e gruppo Unicredit) in Europa centrale, orientale e sudorientale (quindi, non in Italia) mentre soltanto nel novembre 2013 è stato approvato un progetto di soli 6 milioni di euro a favore di PerMicro, intermediario finanziario attivo a livello nazionale con 13 agenzie in 10 regioni e specializzato nel microcredito a favore di immigrati.

Il dato di fatto evidente è che negli ultimi anni il nostro Paese non ha usufruito dei prestiti provenienti dalla Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, al cui finanziamento contribuisce in maniera sostanziosa.

Giova qui ricordare che la questione della coesione sociale e del suo rafforzamento all’interno dell’Unione europea è uno dei temi centrali della strategia Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva e che tra gli obiettivi fondamentali della stessa viene ricompreso l’utilizzo con la massima efficacia dei fondi europei. In particolare, gli Stati membri sono invitati a ricercare i modi per integrare le risorse dell’Unione europea mediante finanziamenti provenienti dalla Banca mondiale, dalla Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa e dal gruppo della Banca europea per gli investimenti.

Allo stesso modo la Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa si è posta come obiettivo strategico per la programmazione 2014-2016 l’affiancamento degli Stati membri nell’Unione europea per un migliore utilizzo dei fondi strutturali europei, a cominciare dal fondo sociale. Ora, come è noto, l’allocazione dei fondi del fondo sociale europeo prevede che una quota minima di investimenti sia riservata ad ogni Stato membro dell’Unione europea e che la distribuzione dei restanti fondi avvenga in base alle esigenze regionali e non nazionali, tenendo in questo modo conto delle differenze, anche profonde, tra i livelli di benessere presenti all’interno di uno stesso Stato nonché il fatto, che sembra continuare a sfuggire alla CEB, che la frattura della coesione sociale oggi non segue più il confine tra oriente ed occidente, ma ha un andamento puntinato che percorre il continente europeo nella sua totalità.
Per questo, e per rendere effettiva e coerente l’integrazione tra i fondi CEB e quelli dell’Ue, sarebbe quanto mai necessario procedere ad una revisione degli obiettivi della Banca di sviluppo del CdE, che non andrebbero più definiti su base territoriale-nazionale ma almeno regionale, e tematica.

Per tutti questi motivi, chiedo che il governo si impegni:
– ad intervenire con determinazione, anche attraverso il coinvolgimento degli altri Stati aderenti alla Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, per promuovere un cambio di rotta nella strategia di azione della Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, incentivando, già a partire dal 2014, programmi di intervento trasversali basati su specifiche aree tematiche e non su obiettivi territoriali, nonché per incentivare, nell’ottica di una migliore integrazione con gli strumenti finanziari dell’Unione europea, una omogeneizzazione dei criteri di allocazione dei fondi con una definizione delle aree prioritarie basata sui confini regionali e non nazionali degli Stati membri;

– ad adottare ogni opportuna iniziativa per favorire una maggiore trasparenza delle attività della Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, anche attraverso la pubblicazione di una mappatura chiara degli importi investiti e delle aree interessate dagli investimenti;

– ad attivarsi per promuovere una migliore conoscenza della Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa in Italia, al fine di incentivare e accrescere l’utilizzo degli strumenti finanziari messi a disposizione degli Stati aderenti, in particolare attraverso un idoneo orientamento e supporto dei soggetti interessati ai finanziamenti, a partire dalle regioni, nonché a rimuovere ogni possibile ostacolo amministrativo e burocratico che possa aggravare o intralciare le procedure di intervento della Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa nel nostro Paese;

ad incentivare l’utilizzo di tutti quei programmi volti a creare dinamiche e prospettive d’investimento, di crescita e di occupazione a livello nazionale e regionale e che prevedono la partnership delle maggiori istituzioni politico-finanziarie europee e internazionali, con le autorità nazionali e regionali;

– a dare attuazione a quanto indicato dalle istituzioni europee, favorendo il più possibile l’integrazione delle risorse dell’Unione europea, con i finanziamenti provenienti dalla Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa;

a sostenere la promozione di un cambiamento degli statuti affinché la Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa possa adottare politiche di sostegno ed erogare finanziamenti diretti ad istituzioni ed enti pubblici, senza ricorrere all’intermediazione degli istituti bancari privati;

– e, infine, ad avviare approfondimenti con la Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, al fine di verificare la possibilità di interventi straordinari in Italia rivolti, in particolare, all’edilizia scolastica e carceraria, alla salvaguardia del patrimonio storico e culturale, alla prevenzione di catastrofi naturali e alla protezione del territorio.

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