Candidabilità Berlusconi, le nostre argomentazioni a Strasburgo

Cari amici, giustizia europea

riporto di seguito l’articolo integrale dell’avvocato Ana Palacio che, in versione ridotta, potete leggere oggi su Il Giornale e che ben spiega le motivazioni della nostra richiesta, alla Corte di Strasburgo, di sospendere degli effetti della “sentenza Diritti Mediaset” fintanto che la stessa Corte non avrà esaminato il ricorso pendente del presidente Berlusconi.

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Se c’è un’istituzione che, nel mondo, è identificata con l’Europa migliore, questa è il Consiglio d’Europa, forum di promozione dello Stato di Diritto e dei Diritti Umani. E se in questo quadro si va a vedere chi svolge un ruolo da protagonista, questa è sicuramente la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che ha saputo espandere i margini di protezione della Convenzione Europea dei Diritti conferendo un’efficacia reale ai diritti che tutela.

La Corte interviene fondamentalmente a tutela dei singoli di fronte agli Stati. Ciò significa, logicamente, che in ogni caso di violazione dei diritti umani che le viene sottoposto, deve analizzare il funzionamento dei meccanismi di riparazione esistenti in ogni Stato, sostanzialmente valutando la possibilità del cittadino di ottenere giustizia.

La giurisprudenza relativa al giusto processo, o tutela giuridica effettiva, è, di conseguenza, la più robusta ed estesa elaborata dalla Corte. E’ questo il suo segno distintivo, il motivo per cui i cittadini la conoscono e la rispettano.

In molti modi, la Corte è riuscita a sancire la possibilità di concedere misure provvisorie che tutelino l’oggetto del procedimento fintanto che la sentenza non sia emessa. Questa protezione, all’inizio assolutamente restrittiva e circoscritta a situazioni in cui c’era pericolo per la vita o l’integrità fisica, si è progressivamente andata estendendo ad altri beni giuridici che l’evoluzione della società ha qualificato come tali (la stessa Corte, per esempio, è arrivata ad accordare protezione in un caso di “rumori molesti” che perturbavano il diritto alla vita familiare).

La CEDU ha affermato ripetutamene che la Convenzione è uno strumento vivo che deve essere interpretato ala luce delle condizioni attuali “in modo tale che le sue garanzie siano concrete ed effettive e non teoriche ed illusorie” (si veda, per esempio, il caso Mamatkulove e Abdurasulovic del 6 febbraio 2003). La giurisprudenza di altre Corti che tutelano i Diritti Umani si orienta nello stesso modo, applicando misure provvisorie ad una gamma più ampia di diritti, in particolare a quelli di natura politica. Basti ricordare le misure provvisorie adottate dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani per proteggere la libertà di espressione (casi “Diario el Nacional” e “Así es la noticia” v.Venezuela, Risoluzione del 6 luglio 2004), la residenza e la libertà professionale (caso Colotenango v. Guatemala del 22 giugno 1994).

La Corte ha stabilito che i precedenti giurisprudenziali non la vincolano per le decisioni future (caso Stafford contro Regno Unito, 28 maggio 2002), così come ha dichiarato che tutti i diritti tutelati dalla Convenzione meritano la stessa protezione. Di conseguenza, nel momento in cui esiste il requisito sostanziale dell’esistenza di un danno grave, imminente ed irreparabile, si ha motivo per sollecitare una misura provvisoria.

In questo contesto, circa 4000 cittadini italiani, tra cui alcuni deputati del parlamento nazionale e membri dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, così come alcuni parlamentari europei, hanno chiesto la sospensione di alcuni atti e decisioni che riguardano Silvio Berlusconi e che sono oggetto di ricorso tuttora pendente di fronte alla stessa Corte, in base all’articolo 39 del regolamento della Cedu, in connessione con l’articolo 34 (richieste individuali) e con il loro diritto di voto attivo, contemplato nell’articolo 3 del Protocollo 1 della Convenzione.

In effetti, in caso il ricorso pendente di Berlusconi andasse a buon fine, egli potrà ottenere soddisfazione mentre i milioni di cittadini italiani che lo hanno votato e che desiderano votarlo ancora non otterrebbero alcun tipo di riparazione. Si tratta perciò di un danno irreparabile. L’imminenza risiede invece nell’approssimarsi delle elezioni per il Parlamento Europeo, alle quali Berlusconi ha manifestato l’intenzione di candidarsi, se gli fosse consentito.

Per quanto riguarda la gravità del danno, occorre ricordare il voto in dissenso del Giudice Rozakis nel caso Ždavoka contro Lettonia del 16 marzo 2006, che basa l’entità del danno proprio nell’effetto potenziale sui risultati elettorali. (L’elezione di parlamentari che esprimano le aspettative del loro elettorato è uno dei fondamenti della democrazia rappresentativa. Se ad un politico è impedito di rappresentare parte delle idee presenti nella società, non sarà soltanto lui o lei a soffrire del danno ma anche l’elettorato e, dunque, la democrazia stessa).

Indubbiamente, il fondamento per la concessione di misure provvisorie si riassume nell’aforisma latino fumus boni iuris (“parvenza di buon diritto”), di cui sembra che una parte importante dell’opinione pubblica abbia spogliato Silvio Berlusconi. Risalta il fatto che Berlusconi sia stato privato del diritto di elettorato passivo per sei anni, applicando una legge (Decreto Severino) in modo retroattivo. Vale inoltre la pena ricordare che gli viene applicata, per gli stessi fatti, anche la sanzione dell’interdizione dai pubblici uffici, in questo caso per due anni. Dunque, al di lá della persona di Berlusconi, è necessario rivendicare il valore delle garanzie che stanno alla base di qualunque legislazione penale.

Con mia somma costernazione, ho ricevuto un rigetto alla richiesta di misure provvisorie firmato da un segretario della cancelleria della Corte. Nel rigetto si specifica che la richiesta non è stata sottoposta alla visione di un giudice per l’assenza manifesta del requisito d’urgenza previsto per l’applicazione dell’articolo 39 del regolamento della Cedu. Ciò che è manifesto è ciò che è evidente. Dalla succinta elencazione degli argomenti sopracitati, niente appare meno evidente della non applicabilità dell’articolo 39 a questo caso. Questa non applicabilità, infatti, deve essere sancita da criteri giurisprudenziali che sono interpretabili ed in evoluzione.

Inoltre, e soprattutto, questa decisione è contraria alla stessa giurisprudenza della Corte in relazione al diritto di accesso alla giustizia, la cui essenza si radica nell'”accesso al giudice” (caso Golder contro Regno Unito del 21 febbraio 1975).

100mila casi pendenti non sono poca cosa, ma la Corte deve preservare il suo capitale di credibilità essendo coerente con la sua dottrina. La Corte non può, per il troppo successo, rinunciare a far da giudice.

Ana Palacio, avvocato

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