La nostra mozione al Governo: Renzi lasci le deleghe alle pari opportunità a un ministro ad hoc

deborah bergamini carfagna centemero prestigiacomo forza italia

Siamo alla vigilia di una data storica: domani prende vita ufficialmente la Convenzione di Istanbul, il primo documento internazionale giuridicamente vincolante per il contrasto alla violenza sulle donne. L’Italia è stato il primo grande Paese a firmarla e uno dei pochi ad averla ratificata, grazie all’impegno di tutte le forze politiche”.

Lo ha detto la responsabile comunicazione di Forza Italia, on. Deborah Bergamini, durante la conferenza stampa ‘Oltre Istanbul’, alla Camera dei Deputati. “Grazie alle ministre Carfagna e Prestigiacomo – ha proseguito -, già prima delle ratifica l’Italia era un Paese avanzato, da un punto di vista normativo, in materia di contrasto alla violenza sulle donne. Oggi chiediamo, con una mozione che ci auguriamo verrà sottoscritta anche dagli altri partiti, che le pari opportunità tornino al centro dell’azione politica del governo. Il Premier Renzi ha tenuto per se’ le deleghe relative a questo ambito, ma la sua scelta non si è tradotta in alcuna iniziativa specifica né efficace. Le lasci, quindi, a qualcuno che possa assicurare un’attenzione, una competenza, un coordinamento e un indirizzo politico degli uffici coordinato e continuativo. Il contrasto alla violenza sulle donne deve essere una priorità per il nostro Paese, come la lotta alla corruzione. Abbia, quindi, la sua figura di riferimento, così come si è istituito un Commissario ad hoc anticorruzione.

Per quanto ci riguarda, continueremo a promuovere le pari opportunità in ogni ambito delle nostre attività, anche in quelli meno visibili, perché la differenza si fa anche nelle piccole cose.
Come membro della Commissione Trasporti della Camera, per esempio, ho proposto che nella riforma del codice della strada, e nel relativo riordino della segnaletica stradale, si tenga conto anche di un criterio di genere, così come avviene nei paesi del Nord Europa. Queste immagini, a cui siamo esposti continuamente, infatti, veicolano un messaggio di semiotica molto sofisticato e contribuiscono alla rappresentazione dei generi che si matura fin dalla più tenera età. E dunque ci insegnano, per esempio, che a lavorare sono solo gli uomini e che le donne compaiono solo, bambine, trascinate a scuola, per mano, da un maschietto. Anche i dettagli fanno la differenza tra parità e non parità”, ha concluso Bergamini.

Di seguito il testo della nostra mozione:

La Camera,

premesso che:

le minacce all’uguaglianza di genere, alla parità di trattamento in campo lavorativo, alla riduzione della povertà, al raggiungimento dell’istruzione e al miglioramento della salute delle donne – in poche parole, a tutti gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio – sono estremamente serie. A seguito della crisi, la qualità della vita delle donne in Italia si sta deteriorando notevolmente, obbligandole ad una retrocessione in tutti i campi e gli ambiti sociali. Ma la  difficile situazione finanziaria ed economica sia nazionale che internazionale non può essere una scusante per non applicare anche nel nostro Paese una reale parità di genere e un possibile modello di convivenza globale secondo i dettami ed i principi  emersi ormai quasi vent’anni fa nel Forum e nella IV Conferenza ONU sulle donne di Pechino del 1995;

anche gli abusi e la violenza nei confronti delle donne aumentano in tempo di crisi. Dal 1° agosto 2014, proprio durante il semestre europeo presieduto dall’Italia, entra in vigore la Convenzione del Consiglio Europeo per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, meglio nota come Convenzione di Istanbul, la prima dedicata agli abusi e ai maltrattamenti domestici contro la popolazione femminile che specifica uno standard sulla prevenzione, la protezione e i servizi dedicati alle vittime. Gli stati che la ratificano, tra i quali anche il nostro Paese che ha provveduto nel giugno del 2013, sono vincolati a mettere in atto servizi e politiche volti all’eradicazione del fenomeno;

nonostante questo, l’Italia non si è ancora dotata del fondamentale interlocutore istituzionale qual è il Ministro per le pari opportunità;

nel 2011, sotto il Governo Monti, la delega per le Pari opportunità è stata conferita fino all’aprile 2013 a Elsa Fornero, Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, manifestando una indubbia superficialità  sulla conoscenza delle diverse tematiche, delicate e complesse e non solo attinenti al mondo del lavoro ma ai rapporti e alle politiche di parità;

dal 28 aprile 2013 al 24 giugno 2013 Josefa Idem è stata Ministro per le Pari Opportunità, lo Sport e le Politiche giovanili nel Governo Letta. Il Ministro in tal modo ricopriva più incarichi, quali sport e politiche giovanili. Con le sue dimissioni, due mesi dopo il conferimento del mandato, la guida del Dipartimento per le pari opportunità è stata affidata a Maria Cecilia Guerra, già Viceministro del Lavoro. Come noto, il Viceministro esercita una delega ma non partecipa al Consiglio dei Ministri: ciò è stato ancora una volta chiaro indice di un secondario interesse del Governo pro tempore sulle questioni relative alle donne, mentre veniva perpetrata la frammentazione e quindi il mancato coordinamento delle politiche di genere dando mandato ad altri ministeri di occuparsi in maniera isolata di alcuni aspetti, come accaduto per la gestione di questioni relative alle politiche per la prevenzione e il contrasto alla violenza nel caso del Ministero dell’Interno per la formulazione del decreto legge poi convertito nella legge n. 119 del 2013 sul c.d. “femminicidio”;

l’attuale Governo in carica dal 22 febbraio 2014, non ha nominato un Ministro delle Pari Opportunità e le deleghe sono rimaste nelle mani del Presidente del Consiglio.  Il decreto del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali dell’8 maggio 2014 (DM 11814/2014) all’articolo 1 lettera c) attribuisce al Sottosegretario di Stato on. Bellanova << le funzioni di indirizzo politico-amministrativo concernenti le competenze istituzionali relative alle Direzioni generali per le politiche dei servizi per il lavoro, ivi comprese le attività di promozione delle pari opportunità>>: considerata la situazione più volte segnalata che riguarda la componente femminile del mercato del lavoro delle donne italiane si potrebbe anche apprezzare lo sforzo, ma risulta chiaro a tutti che le stringate deleghe attribuite coprono solo in minima parte, ed in particolare solo sul versante lavorativo e comunque non in modo esaustivo,  le problematiche, le criticità ed in generale le questioni attinenti la condizione delle pari opportunità, senza dunque creare realmente un interlocutore istituzionale valido, sotto ogni sfaccettatura, ad affrontare la condizione di genere in cui versa il nostro Paese;

non basta nominare una squadra di governo per metà “al femminile” per risolvere le questioni di genere in Italia: l’attuale Governo non ha mai ritenuto opportuno effettuare una nuova nomina che prenda in carico un dipartimento che, non avendo alcun indirizzo politico ed istituzionale dedicato, si limita a portare avanti l’ordinaria gestione amministrativa;

presso il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri operano infatti diversi organismi collegiali e diverse segreterie tecniche che, senza un indirizzo politico, sono di fatto in stallo. Per pura sintesi, si ricorda ad esempio la Commissione per le pari opportunità tra uomo e donna: la Commissione si è riunita per l’ultima volta il 12 luglio 2011 e non è stata mai più riconvocata. Restano senza convocazione e in alcuni casi senza nemmeno rinnovo, la Commissione interministeriale per il sostegno alle vittime di tratta, violenza e grave sfruttamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 14 maggio 2007, n. 102; la Commissione per la prevenzione e il contrasto delle pratiche di mutilazione genitale femminile; l’ Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile;

senza alcuni indirizzo politico si trova anche l’UNAR (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), nonostante l’importante funzione di garantire, in piena autonomia di giudizio e in condizioni di imparzialità, l’effettività del principio di parità di trattamento fra le persone, anche in un’ottica che tenga conto del diverso impatto che le stesse discriminazioni possono avere su donne e uomini, nonché dell’esistenza di forme di razzismo a carattere culturale e religioso, ai sensi dell’articolo 7, comma 2, del decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215 e del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dell’11 dicembre 2003;

i lavori avviati dalla “Task Force interministeriale contro la violenza” istituita dal Governo del Premier Enrico Letta non sono mai stati completati né mai ripresi dall’attuale Governo. Mancando l’autorità politica per convocare i gruppi di lavoro, si attende con urgenza un indirizzo sulla predisposizione del Nuovo piano nazionale antiviolenza la cui prima e ultima stesura risale al febbraio 2011. A tal fine si ricorda che, secondo i dettami dell’articolo 10 della Convenzione di Istanbul, lo Stato ratificante è tenuto a l’istituzione o almeno la designazione di uno o più organismi ufficiali responsabili del coordinamento, dell’attuazione, del monitoraggio e della valutazione delle politiche e delle misure destinate a prevenire e contrastare ogni forma di violenza oggetto della Convenzione, con il compito di coordinare la raccolta dei dati statistici disaggregati pertinenti su questioni relative a qualsiasi forma di violenza al fine di studiarne le cause profonde e gli effetti, la frequenza e le percentuali delle condanne, come pure l’efficacia delle misure adottate ai fini dell’applicazione della Convenzione;

l’articolo 5 del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province”, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, demanda al Ministro delegato per le pari opportunità il compito di elaborare un piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, in sinergia con la nuova programmazione dell’Unione europea per il periodo 2014-2020 e prevede, inoltre, un finanziamento di 17 milioni di euro per la realizzazione di azioni a sostegno delle donne vittime di violenza. Tralasciando il dato per cui il carattere straordinario del piano non è coerente con la natura strutturale della questione delle violenze, si registra che, nell’attesa di un interlocutore istituzionale, sono numerosissimi i centri antiviolenza, specialmente di natura indipendente, che chiedono spiegazioni senza ottenere risposta in merito alle modalità, ai criteri di mappatura, alla definizione dei requisiti e standard minimi per la gestione dei centri e per la distribuzione dei fondi, nella paura che di fatto si tratti di finanziamenti “a pioggia” aperti anche a soggetti che non hanno maturato alcuna esperienza specifica sul fenomeno;

senza un adeguato controllo politico e senza un adeguato coordinamento, si rischia non solo lo stallo sulle politiche di pari opportunità, ma si sfiora la possibilità di incorrere in pericolosi passi indietro, come recentemente accaduto nel decreto legge 92/2014 recante “disposizioni urgenti in materia di rimedi risarcitori in favore dei detenuti e degli internati che hanno subito un trattamento in violazione dell’articolo 3 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nonché di modifiche al codice di procedura penale e alle disposizioni di attuazione, all’ordinamento del Corpo di polizia penitenziaria e all’ordinamento penitenziario, anche minorile” (A.C. 2496), ove solo grazie alla tempestiva attività emendativa di alcuni parlamentari si è statuito che rimangano esclusi i delitti di maltrattamenti in famiglia (572 c.p.) e di stalking (612-bis c. p.) dalla nuova normativa (articolo 275, comma 2-bis, del c.p.p,) la quale dispone che non si possa applicare la misura cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari se il giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della pena o se la pena detentiva da eseguire non sia superiore a tre anni di reclusione;

altro esempio di totale mancanza di coordinamento è stato inoltre quello relativo alla possibilità, fornita dall’articolo 4, comma 24, lettera b), della legge 92 del 2012, per il triennio 2013-2015 per le madri lavoratrici di richiedere un contributo di 300 euro mensili per l’acquisto di voucher e per i servizi di babysitting e asilo nido pubblici o privati, al termine del congedo di maternità e in alternativa al congedo parentale. La legge istitutiva della misura aveva garantito 20 milioni di euro a copertura dell’operazione per il triennio sopra indicato che, secondo la relazione tecnica, avrebbe dovuto soddisfare per l’anno 2013 la domanda di 11.111 beneficiari. Tuttavia, all’avvio della misura il contributo ha riscosso pochissimo successo, come testimoniano le poche richieste pervenute: a fronte di potenziali  11.111 beneficiari, solo 3.762 lavoratrici, secondo dati INPS, sono state ammesse al beneficio, mentre dal punto di vista delle strutture accreditate per il servizio, meno di un terzo degli asili pubblici o privati nazionali si sono convenzionati con lo Stato. Tra le principali cause si deve sicuramente annoverare la scarsa pubblicizzazione dell’iniziativa lasciata soltanto a comunicati stampa, senza un’adeguata promozione sui luoghi di lavoro e senza coinvolgimento di sindacati e associazioni datoriali e, dunque, in definitiva, una totale assenza di politiche di coordinamento che una istituzione dedicata avrebbe garantito;

per continuare gli esempi di totale disattenzione del Governo sulle politiche di genere, si ricorda ancora che a fine maggio 2014, il Dipartimento delle Pari Opportunità ha invitato le associazioni delle società civile impegnate sulle “questioni di genere” a dare un loro contributo alla relazione sull’Attuazione del Programma d’Azione sulle donne di Pechino (Rilevazione quinquennale: 2009-2014), così come richiesto dall’ONU, e in vista della presentazione che il governo italiano dovrà tenere sul tema a Ginevra il prossimo novembre. Si è a tal fine riunita una rete di organizzazioni per la promozione dei diritti umani, associazioni delle donne, ong, coordinamenti sindacali e singole esperte di genere, per la redazione del contributo da inviare al governo. A sorpresa, però, lo scorso giugno il Governo ha inviato autonomamente un proprio rapporto senza attendere ne avvisare le associazioni che stavano lavorando al contributo, di fatto escludendo la lettura della  società civile sullo stato di applicazione delle politiche di pari opportunità attuate dal nostro Paese;

senza alcun monitoraggio a livello politico-istituzionale, si segnala inoltre che con la cd. legge di stabilità 2014 i compensi a carico dello Stato per i difensori sono stati ridotti di un terzo: anche questa riduzione, passata in silenzio, avrà ripercussioni su tutte le donne vittime di violenza sessuale, maltrattamenti e stalking che  hanno diritto ad accedere al gratuito patrocinio, a prescindere dal reddito, e  non sono stati ancora erogati i fondi destinati alla copertura integrale dell’attività difensiva prestata;

persiste la carenza di una formazione sistematica e specializzata in materia di violenza contro le donne degli operatori nei diversi settori: dalla magistratura alle forze dell’ordine agli operatori sanitari. In questa maniera non si favorisce un cambiamento culturale verso di stereotipi di genere e i pregiudizi che sminuiscono e giustificano le violenze e non si favorisce la diffusione di prassi a tutela delle vittime e a prevenzione della violenza;

anche nell’ambito dell’istruzione scolastica e della formazione universitaria, persiste la carenza di una formazione sistematica e specializzata sulle questioni attinenti la parità di genere. Non si può eradicare la violenza se non si eradicano gli stereotipi di genere fin dai banchi di scuola. E’ necessario un atto forte d’indirizzo per promuovere un’adeguata formazione del personale della scuola,  un’adeguata valorizzazione della tematica nei libri di testo, una  adeguata programmazione didattica curricolare ed extra-curricolare delle scuole di ogni ordine e grado atta a promuovere la sensibilizzazione, l’informazione e la formazione degli studenti al fine di prevenire la violenza nei confronti delle donne e la discriminazione di genere: è un messaggio che non può che passare attraverso la scuola che, tra le istituzioni, è quella in cui i giovani di oggi, adulti di domani, crescono, maturano e definiscono, attraverso il percorso educativo, il loro profilo di cittadini;

a tal fine, è necessario intervenire, nell’ambito delle indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, per i licei e per gli istituti tecnici e professionali, con interventi che abbiano il fine preciso di educare le nuove generazioni al rispetto dell’altro, al rifiuto di ogni forma di violenza o discriminazione, al valore civico dell’inclusione sociale, ritenendo questa attività un sicuro investimento per il futuro. Così come avvenne con esperienze positive quali l’istituzione della “settimana nazionale contro le violenze nelle scuole” la cui prima edizione risale al protocollo d’intesa ministeriale siglato nel 2010, o come s’intervenne, nell’ambito delle Università, con i percorsi formativi tematici dedicati all’educazione all’affettività o alla partecipazione delle donne alla vita attiva del Paese, come avvenne con i percorsi didattici “Donne, politiche e istituzioni”, per la promozione della cultura di genere e per le pari opportunità, dedicato ad una platea di giovani che avrebbero fatto tesoro, nel successivo passaggio al mondo del lavoro, dei valori culturali e sociali appresi nei percorsi universitari;

sempre sul versante della partecipazione femminile, l’ultimo grande passo risale alla riforma attuata nel 2003 con la modifica dell’articolo 51 della Costituzione per il riconoscimento delle pari opportunità per uomini e donne nell’accesso alle cariche elettive nei pubblici uffici, passo storico col quale si è finalmente addivenuti al riconoscimento di una patologia del nostro sistema rappresentativo, rafforzando il principio dell’uguaglianza sostanziale. Su tale scia, è avvenuta l’approvazione della legge n.120 del 2011, recante “ Modifiche al testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, concernenti la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati” ed il successivo regolamento;

al ritmo attuale, ci vorranno circa 30 anni per raggiungere l’obiettivo UE del 75% di donne occupate, 70 anni affinché la parità retributiva diventi realtà e 20 anni per una pari rappresentanza nei parlamenti nazionali. E’ quanto emerge dalla Relazione annuale della Commissione europea sulle pari opportunità negli Stati membri, pubblicata ad aprile 2014;

manca un interlocutore istituzionale unico dedicato ad una concreta e seria azione di Governo volta a promuovere e coordinare le azioni per assicurare l’attuazione delle politiche concernenti la materia dei diritti e delle pari opportunità di genere con riferimento ai temi della salute, della ricerca, della scuola e della formazione, dell’ambiente, della famiglia, del lavoro, delle cariche elettive e della rappresentanza di genere;

manca un interlocutore istituzionale unico dedicato ad una concreta, coordinata e seria azione di Governo volta a promuovere la cultura dei diritti e delle pari opportunità nel settore dell’informazione e della comunicazione, con particolare riferimento al diritto alla salute delle donne, alla prevenzione sanitaria, alla maternità ed alla procreazione assistita;

manca un interlocutore istituzionale unico dedicato ad una concreta e seria azione di Governo volta a promuovere e coordinare i provvedimenti atti ad assicurare la piena attuazione delle politiche in materia di pari opportunità tra uomo e donna sul tema dell’imprenditoria e del lavoro, con particolare riferimento alle materie dei congedi parentali e della carriera, di concerto con il Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali;

manca un interlocutore istituzionale unico dedicato ad una concreta e seria azione di Governo volta a promuovere e coordinare le azioni in tema di diritti umani delle donne e diritti delle persone, nonché volte a prevenire e rimuovere le discriminazioni per cause direttamente o indirettamente fondate, in particolare, sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale;

manca un interlocutore istituzionale unico dedicato ad una concreta e seria azione di Governo volta a promuovere e coordinare le politiche per la famiglia, le politiche governative per sostenere la conciliazione dei tempi di lavoro e dei tempi di cura della famiglia;

manca un interlocutore istituzionale unico dedicato ad una concreta e seria azione di Governo volta ad adottare le iniziative necessarie per la programmazione, l’indirizzo, il coordinamento ed il monitoraggio dei fondi strutturali europei in materia di pari opportunità, comprese la compartecipazione al gruppo di alto livello per il gender mainstreaming nei fondi strutturali dell’Unione europea e la partecipazione all’attività di integrazione delle pari opportunità nelle politiche comunitarie;

manca un interlocutore istituzionale unico dedicato ad una concreta e seria azione di Governo volta a promuovere la verifica dell’impatto di genere in tutte le iniziative governative, nonché l’evidenziazione del genere nei dati di bilancio delle pubbliche amministrazioni, anche non statali, e in quelli attinenti alla ricerca e alle indagini statistiche;

manca un interlocutore istituzionale unico dedicato ad una concreta e seria azione di Governo volta a coordinare, anche in sede internazionale, le politiche relative alla tutela dei diritti umani delle donne, con particolare riferimento agli obiettivi indicati nella piattaforma di azione adottata dalla IV Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne, svoltasi a Pechino nel settembre del 1995, in relazione alla povertà femminile ed alla facilitazione del loro accesso ai circuiti economici-produttivi, all’istruzione, formazione e salute delle donne, alla lotta alla violenza contro le donne, anche in riferimento e in occasione di conflitti armati, all’accesso delle donne ai mezzi di informazione ed alla tutela dell’infanzia femminile in tutte le forme;

manca un interlocutore istituzionale unico dedicato ad una concreta e seria azione di Governo volta a promuovere e coordinare le azioni in materia di sfruttamento e tratta delle persone, di violenza contro le donne, nonché di violazione dei diritti fondamentali all’integrità della persona e alla salute delle donne e delle bambine, anche alla luce della ratifica e conseguente applicazione della Convenzione di Istanbul:

 

impegna il Governo

a sostenere e proporre nel più breve tempo possibile la nomina di un Ministro senza portafoglio cui affidare ampia delega relativa alle politiche delle pari opportunità.

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