Turchia, tenere alta la bandiera del dialogo

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Vengo via da Ankara con una strana tensione. In questi due giorni, tanto è durata la nostra missione del Consiglio d’Europa per monitorare l’evoluzione del post-15 luglio in Turchia (il 15 luglio scorso un tentativo di colpo di Stato militare ai danni del governo ha prodotto 247 morti, circa 2000 feriti e bombardamenti in luoghi chiave delle istituzioni del Paese, compreso il Parlamento), sono state moltissime le ricostruzioni contrastanti sull’accaduto e sulla attuale situazione che abbiamo ascoltato.

A seguito del golpe fallito, il Presidente Erdogan ha imposto lo stato di emergenza e poi lo ha prorogato. Da allora, riportano le opposizioni e gli osservatori internazionali, sono cominciate le “purghe”. Decine e decine di migliaia di persone, accademici, giudici, militari, giornalisti, parlamentari, sono stati accusati di appartenere al movimento gulenista (Fethullah Gulen, ricchissimo imam attualmente in esilio volontario in Pennsylvania, è considerato una sorta di eminenza grigia in Turchia, ha fondato un imponente movimento che si è infiltrato negli anni in tutti i gangli del sistema istituzionale ed economico turco. Per anni è filato d’amore e d’accordo con Erdogan, poi, nel 2013, la rottura), ritenuto il responsabile del tentato golpe, e per questo licenziati e/o detenuti in custodia cautelare. Moltissimi media, colpevoli di aver criticato il governo, sono stati chiusi. Il governo turco accusa i gulenisti di terrorismo ed emana decreti legge per fare piazza pulita.
La comunità internazionale tende a dare un giudizio piuttosto netto sull’operato di Erdogan. Il presidente turco, questa è l’accusa, approfitta del tentato golpe per compiere una sorta di controgolpe e dare un ulteriore giro di vite al proprio potere in vista del referendum del prossimo anno, in cui il popolo turco dovrà decidere se trasformare il paese in una repubblica presidenziale. Per farlo, Erdogan liquida ogni dissenso e viola sistematicamente i principi più elementari di rispetto dei diritti umani. Le purghe, le detenzioni di massa con accuse generiche, l’apertura verso un ritorno alla pena di morte inquietano profondamente gli osservatori. Erdogan risente di questa accusa e squaderna un’abile azione di propaganda. In più, minaccia una rottura definitiva con l’Unione Europea, recentemente sempre più nel suo mirino perché colpevole di non dare abbastanza supporto al difficile lavoro di ripristino della normalità iniziato dal governo turco. Il voto di oggi al Parlamento Europeo sul congelamento dei negoziati con la Turchia è accolto con stizza dal presidente turco e rischia, se prevarrà il sì, di offrire altre frecce all’arco di Erdogan, che cerca l’isolamento della Turchia per agire con maggiore libertà senza dover rispettare gli impegni internazionali e al fine di aprirsi nuove alleanze sul fronte russo e asiatico.

Eppure…eppure qualcosa non torna. I turchi non sembrano sdegnati dell’azione del governo, tutt’altro. Sembrano solidali con la linea repressiva scelta dal governo. E non mi sembra che questo sia dovuto, come le opposizioni affermano, alla manipolazione mediatica in cui Erdogan eccelle.Conoscono bene il movimento gulenista e lo criticano apertamente.

È scioccante osservare i segni dei bombardamenti all’interno del Parlamento turco. A cinque passi, letteralmente cinque, dall’aula, un chiostro interno è stato sventrato, e resta lì, a futura memoria. Ogni volta che in questi giorni abbiamo rimarcato le gravi violazioni ai diritti umani cui stiamo assistendo in questi mesi da parte del governo turco, ci è stato chiesto cosa avremmo fatto se nel nostro paese ci fosse stato un tentato golpe militare. Ma il punto è proprio questo: nei nostri paesi abbiamo lottato duramente per una democrazia completa, e in questa costruzione, ancora non ultimata, giorno dopo giorno abbiamo cercato di metterci al riparo da una simile eventualità. E’ nostro compito supportare ogni Paese in questo lavoro. La nostra condanna rispetto a qualunque violazione deve essere ferma, ma sarebbe un grave errore politico andare incontro al risentimento coltivato da Erdogan. Bisogna, da parte delle istituzioni europee, a cominciare dal Consiglio d’Europa, tenere alta la bandiera del dialogo. Una Turchia isolata non gioverà senz’altro al popolo turco né alle opposizioni e alle minoranze che si battono per i loro diritti. Certamente gioverà ad Erdogan. Interrompere i negoziati o il processo di avvicinamento della Turchia all’Europa non è la strada giusta. Quando le democrazie, anche le più imperfette, smettono di parlarsi, per i loro popoli non può che allargarsi l’ombra della paura.

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