Posts tagged ‘pensioni’

15 settembre 2017

#PrimaLeDonne

Ecco le slide che raccontano la vita di noi donne in Italia:

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1 aprile 2017

Donne: con FI quote rosa contro disparità di genere, ora equità su previdenza

erarioParlare delle disparità di genere e impegnarsi nel concreto per superarle è oggi più che mai un dovere della politica. Dal 2013 siamo senza un Ministro delle pari opportunità, una condizione inaccettabile per il paese e per noi di Forza Italia che abbiamo lottato da sempre per modificare le cose. Nel 2011 con il Governo Berlusconi introducevamo la legge Golfo-Mosca, non per trattare le donne come semplici quote rosa ma per permettere loro di competere ad armi pari. Far passare questa legge non è stato facile perché le nostre proposte avrebbero colpito direttamente i gangli del potere, ma ci siamo riusciti. Anche per questo parliamo oggi di risultati e non solo di promesse, uno dei settori su cui però si deve ancora lavorare molto è quello della previdenza: a causa della discontinuità lavorativa, generata spesso dal dover seguire la famiglia, nel nostro paese le donne, pur lavorando di più, sono penalizzate a livello di regime previdenziale. Una delle più grandi ingiustizie! Una donna pensionata non può più dover dipendere da un uomo, magari dopo aver lavorato una vita. Anche la libertà pensionistica colma la diversità di genere.
4 settembre 2016

Pensioni, Da governo annuncio referendario su minime

11999711_900684430018186_4123114388012814754_oIn vista delle ultime regionali il Governo Renzi fece trapelare la possibilità di dare gli 80 euro ai pensionati. Non se ne fece nulla. In vista del referendum costituzionale il ministro Poletti annuncia che ci sarà un aumento delle minime.
Staremo a vedere se il Governo manterrà gli impegni presi o se invece si tratterà dell’ennesima promessa non mantenuta. La verità è che se il Governo Renzi avesse voluto davvero aumentare le pensioni minime lo avrebbe fatto da subito, proprio come fece il Governo Berlusconi che appena insediato alzò le minime a 1.000.000 di lire.

26 febbraio 2016

Pensioni, possibili nuove tasse in arrivo

inpsL’allarme lanciato dalla Corte dei Conti, sulle coperture e sulla sostenibilita’ degli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato, svela l’ennesimo bluff messo in atto da Renzi. Se, infatti la decontribuzione introdotta dal governo a partire dal gennaio 2015 si sostanziera’ in trasformazioni di contratti gia’ esistenti, e non in incrementi occupazionali effettivi, sara’ necessario un aumento dei trasferimenti dal settore pubblico attingendo alla fiscalita’ generale. In pratica, ancora una volta, i cittadini dovranno pagare di tasca loro le manovre elettorali di un presidente del Consiglio non eletto.

3 dicembre 2015

Pensioni, dati Istat sono allarmanti

Deborah Bergamini sala Aldo MoroIl 25,7% delle pensioni è di importo mensile inferiore a 500 euro, mentre il 39,6% ha un importo tra i 500 e 1000 euro. Sono dati allarmanti sui quali intervenire da subito. Uno dei principali impegni del nuovo programma di governo di Forza Italia è quello di portare le pensioni più basse a 1000 euro al mese per tredici mensilità, il minimo indispensabile oggi per vivere dignitosamente. Almeno 13mila euro netti l’anno a ciascun pensionato, soldi che non vogliamo siano tassati in alcun modo.

12 febbraio 2014

INPS: io speravo nominassero un quarantenne…

Se si riesce a capire che quando si parla di politica non si parla soltanto di deputati e senatori, ma si parla di un universo istituzionale, si capisce che ci sono i politici che fanno da parafulmine e tutti sotto [i burocrati], belli tranquilli, con stipendi stra-milionari; cugini, parenti, la qualsiasi, mille funzioni… non devono rispondere a nessuno perché sono dotati di un potere trasmesso per “partenogenesi”, che si auto-genera e auto-moltiplica.

A me piacerebbe che a fare il commissario dell’INPS, ci andasse qualcuno che non ha già la sua bella pensione assicurata e non si deve preoccupare delle pensioni degli altri. Che ci andasse uno della mia età, che la pensione se la deve immaginare, che rappresenti le generazioni che sulle pensioni sogneranno e basta, perché non le avranno. Almeno sono sicura che si porrà la questione, perché se noi continuiamo a nominare persone che, non hanno colpa, ma non si devono preoccupare per il futuro, del futuro chi si preoccuperà mai più in questo Paese?

Non voglio essere iper-ambiziosa, perché mi rendo conto che c’è una tradizione, un costume, che va indietro nel tempo. C’è un gruppo di potere che trascende gli orientamenti politici e che sta sempre lì. Si smantellerà, perché è nelle cose, però intanto cominciamo a dare segnali importanti, mettiamoci uno di 40 anni a pensare alle pensioni del futuro e non uno che ne ha già tre o quattro accumulate e sta bello tranquillo a occupare il tempo.

8 agosto 2013

Pensioni dei giovani sono questione urgente. Ma problema non è sistema contributivo ma mercato del lavoro

I dati che ho ricevuto dal Ministero del Lavoro sulle cosiddette pensioni d’oro manifestano una sperequazione evidente, che è uno dei risultati distorti prodotti dal sistema retributivo. Per una lunga fase della nostra storia il welfare italiano è stato troppo ‘allegro’, garantendo più di quanto non fosse effettivamente sostenibile nel tempo, come anche nel caso dei cosiddetti pensionati baby. Qui non si tratta di fare inutili colpevolizzazioni nei confronti di chi ha usufruito di diritti regolarmente garantiti, e neppure di fare sfoggio di approcci ideologici. flexibility security articolo 18

Non comprendo, in questo senso, l’accusa di mentire rivoltami da Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, che non sostanzia in alcun modo le sue ragioni. Posso immaginare che Ferrero si riferisca al fatto che i molti lavoratori, in prevalenza giovani, con contratti flessibili possono contare su una contribuzione pensionistica insufficiente a garantire loro una pensione adeguata. In questo modo, ha ragione Ferrero, il gap tra i trattamenti pensionistici fin qui maturati con il sistema retributivo e quelli futuri andrebbe ulteriormente allargandosi. Questo problema, da correggere con urgenza, non dipende però dal sistema contributivo bensì dall’assetto attuale del nostro mercato del lavoro. La distorsione è lì ed è lì che va corretta: è giusto ricevere una pensione proporzionale a quanto si è versato in contributi, è sbagliato, invece,che i salari percepiti, e quindi i contributi versati, non rispecchino il lavoro effettivamente svolto.

Mi auguro che nessuno voglia tornare indietro ad un sistema previdenziale non solo distorsivo ma anche economicamente insostenibile, e che si cerchi invece di progredire riformando il mercato del lavoro e combattendo la precarietà con la flexicurity”.

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16 luglio 2013

Dal 94 con Forza Italia per tagliare spesa pubblica, rendite e interessi lo hanno impedito. Ma impegno continua

Il progetto di Forza Italia, a partire dal 94, è sempre stato “meno Stato, più individuo”. Purtroppo questa rivoluzione liberale ha incontrato moltissimi ostacoli, gli stessi che oggi – in tempi molto più difficili per famiglie e imprese – ancora ci frenano.

Per esempio: si deve tagliare la spesa pubblica. E invece vediamo che questa aumenta ogni anno nonostante l’alternarsi dei governi. Questo perché ci sono gigantesche rendite di posizione, che non sono nate ieri ma che vanno indietro nel tempo, alle quali non si vuole rinunciare.

Si tratta di diritti acquisiti, automatismi che fanno parte della cultura del nostro paese, come le pensioni d’oro o quelle baby, così come molti altri privilegi. Per questo è così difficile scalzarli, farlo richiede un forte impegno e una fortissima collaborazione. La Presidente Boldrini ha preso impegni molto precisi per abbassare spese e privilegi del personale della Camera dei Deputati, adesso dovrà negoziare con i sindacati.

13 ottobre 2012

Debito pubblico, se si tiene conto di quello aggregato Italia sta meglio di UK e Francia

Cari amici, vi segnalo questo ottimo articolo uscito ieri sul Sole 24 Ore:

È giusto giudicare un Paese solo per il debito pubblico? Se la formula cambia l’Italia batte Francia e Inghilterra ed è vicina alla Germania

L’Italia ha il più alto debito pubblico dell’Europa con una percentuale del 120% del Pil che dovrebbe peggiorare al 127% nel 2013. Sulla scia di questo parametro solo il Giappone è messo peggio con un debito pubblico/Pil al 236%.

Certo, i (quasi) 2mila miliardi di debito del Tesoro (tanto nei confronti di investitori italiani che stranieri) in rapporto a un Prodotto interno lordo di 1.580 miliardi (fine 2011) indicano che l’Italia utilizza eccessivamente la leva finanziaria. E che è costretta a trasformare l’avanzo primario in disavanzo a causa dello scotto degli alti interessi su quel debito (che quest’anno potrebbero raggiungere il picco a quota 90 miliardi). Un tallone d’Achille che rende l’economia italiana fragile e, più vulnerabile di altri Paesi, quando la speculazione entra in azione.

Restando però nell’universo rosso del debito siamo proprio sicuri che il debito pubblico/Pil sia l’unico parametro da guardare quando si tratta di far quadrare i conti per Bruxelles? I dubbi nascono se al debito accumulato dallo Stato (fagocitato da decenni di gestione poco lodevole delle finanze statali) si associano i debiti degli altri attori che entrano inevitabilmente in gioco nell’economia di un Paese: le famiglie e le imprese.

Bene, se teniamo conto di questi fattori, la situazione si ribalta e l’allarme che da mesi suona sull’Italia si attenua. La nuova classifica (quella che tiene conto del debito complessivo tra gli attori di un Paese) vede sempre il Giappone al primo posto (con un debito totale pari al 471% del Pil) ma l’Italia (con un debito totale pari al 315%) decisamente più in basso. Secondo questa classifica l’economia italiana è più in salute di quella della Gran Bretagna (debito totale pari al 466% del Pil), Spagna (366%) e persino Francia (323%). E gli Stati Uniti e la Germania (che oggi beneficiano di tassi di interesse sul debito praticamente azzerati a livello reale essendo considerati dei rifugi eccellenti per gli investitori nelle fasi di burrasca) sono vicinissimi all’Italia con un indebitamento del sistema-Paese rispettivamente del 296% e del 285%.

Riepilogando, quindi, l’analisi del debito aggregato indica che l’Italia è messa meglio della Francia e non distante dalla Germania. Senza dimenticare che l’Italia è anche il Paese il cui valore attualizzato del debito pensionistico è il più basso d’Europa e secondo al mondo dopo la Corea del Sud (anche tenendo conto degli esodati).

E allora, perché i mercati continuano a tenere l’Italia in apprensione, confinandola su una posizione di rischio vicina a quella della Spagna? Quanto contano questi dati e come mai non vengono considerati (o lo vengono poco) dai mercati finanziari e dalle istituzioni europee? Perché Stati Uniti e Inghilterra, in questo mondo di quantitative easing, pagano tassi di interesse nettamente più bassi rispetto all’Italia? E perché Parigi finanzia il suo debito al 2,5% (tasso a 10 anni) contro il 5,15% che paga Roma?

15 dicembre 2011

La Germania non computa nel debito le spese per pensioni, sanità e assistenza. Se lo facesse il suo debito sarebbe il 185% del Pil

Ieri sera a Porta a Porta quando Alfano, pur riconoscendo le debolezze italiane, ha fatto notare come l’Europa attuale faccia soprattutto gli interessi tedeschi,Tobias Piller, corrispondente del Frankfurter Allgemeine, ha fornito questa analisi: “voi siete entrati nell’euro con la vostra liretta, mentre noi tedeschi paghiamo per tutti”. A parte il buon gusto, e tralasciando gli aiuti di tutto il mondo libero alla Germania post-guerra ed a Berlino assediata dal comunismo (la gratitudine non è un obbligo) si possono ricordare almeno tre dati recenti.

· L’unificazione della Germania del 1990, certo un atto di lungimiranza del cancelliere Helmut Kohl, è costata per la debolezza economica della ex DDR, ben 1.500 miliardi di euro ai valori di allora. Il calcolo è dell’Università di Berlino. Una somma che, ripercuotendosi sull’intera Europa e alterandone la concorrenza fu in gran parte all’origine della recessione dei primi anni Novanta, Italia compresa.

· Nel 2002, 2003 e 2004 la Germania e la Francia decisero deliberatamente di violare i parametri di Maastricht sul deficit. Chiesero, e ottennero, che non venissero applicate loro le sanzioni previste.

· Il debito federale tedesco ha superato i 2 mila miliardi di euro, in cifra assoluta più di quello italiano, terzo nel mondo dietro Usa e Giappone. In percentuale rappresenta l’83 per cento del Pil, un rapporto che fra i paesi a tripla A è secondo solo alla Francia. Il costo del suo finanziamento ha raggiunto l’8,4 per cento delle entrate statali. Ma appunto il serissimo Handelsblatt ha rivelato cifre reali ancora peggiori: la Germania infatti non computa nel debito statale le spese per pensioni, sanità e assistenza. “Considerando tutto” scrive l’ Handelsblatt “il debito raggiungerebbe i 7.000 miliardi di euro, il 185 per cento del Pil. Dal 2005, da quando è alla guida della Germania, Angela Merkel ha creato più debito di tutti i cancellieri degli ultimi quarant’anni messi insieme. Un assegno a vuoto che verrà pagato dai nostri figli e nipoti”.

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